Educazione emotiva o l’esprit de l’escalier

Se per molto tempo non si è stati felici, si possono avere serie difficoltà ad affrontare e riconoscere i segnali della felicità.
Nel mio caso, spesso ho cercato di evitare, non sempre inconsciamente, momenti di pubblica felicità, per togliermi dall’imbarazzo per l’incapacità di gestire la situazione o per l’effetto straniante che temevo questa potesse sortire.
Ma è poi capitato che io dovessi essere profondamente felice per un lungo periodo. Allora, data l’inevitabilità della cosa, ho cercato di dissimulare goffamente, credendo che bastasse.
Ma, inconsciamente, e c’è da sorprendersi che sia potuto accadere, stavo solo stringendo i denti aspettando che tutto finisse. Un po’ come quando mi capita di finire accidentalmente ad una festa con molte persone e musica e sconosciuti.
A pensarci ora vedo un’affinità tra eventi che non collegavo prima: proprio in una di queste situazioni è fiorita l’occasione della felicità sprecata.

Una volta che tutto è passato, credi di poter respirare di nuovo e ritrovarti a tuo agio, ti rendi conto che ormai avevi cominciato ad abituarti e che tutto sommato torneresti indietro mille volte, perché ad essere felice ora hai imparato.
Solo che, mancando le occasioni di esserlo, è un po’ mortificante; benché sia ora più semplice trarre un po’ di felicità dalla vita.
Va sempre un po’ meglio e un po’ peggio: contrappesi delle varie facce di un’esistenza.

Certo sono lezioni preziose: non vanno dimenticate; così scrivo un post su un blog, per mettere ordine.
Cose che credo non imparerò mai, però, sono la puntualità e il tempismo per imparare certe cose.

A tutti coloro che hanno il mio stesso problema farà compagnia lo spirito delle scale.

Pus

Molte cose, quando le si tiene al chiuso dentro sé troppo a lungo, diventano pus.

Tutti sanno che l’interno del sé è caldo, umido e, ad ogni buon conto, malsano. Come tutti sanno che il pus è un umore pestifero, lo dice il nome, ed è quindi considerato dalla comunità scientifica internazionale materia peccans. La scienza medica1 ha comunque appurato che la sua fuoriuscita è segno di guarigione ed è stato dunque definito umore bonum et laudabile. Ad ogni modo, tutti lo sanno, medici vetant continere. Forse sto facendo un po’ di confusione, ma il punto spero sia chiaro.

Quando i filosofi smettono di sprecare il loro tempo pensando al nulla in simpatici circoli viziosi, ne consigliano unanimemente l’espulsione.

Non c’è dunque da sorprendersi se dire cose non dette e troppo a lungo taciute, un po’ per masochismo, un po’ per non complicare i rapporti finiti (?), un po’ per celia e un po’ per non morire, conferisca un enorme senso di sollievo e ritrovato tono all’autostima.

Il percorso catartico che passa per una cocente e deserta distesa di umiliazione e le larghe distese della Steppa della Penosità conduce, per chi sa portarlo a termine senza le dovute inibizioni, alle dolci e tiepide pozze del sollievo e dell’autosufficienza emotiva in cui è comunque lecito urinare, se scappa.


1. Per come la conosco io, ovvero ferma a prima del ‘500, quando era molto più divertente.

Per chi guarda indietro e non dovrebbe

Ad un certo punto della mia vita, devo essere morto.

Credo capiti a molte persone, di morire, così da un giorno all’altro, succede di continuo. Ad alcuni fuggono via tutte le energie assieme alla vita e muoiono definitivamente, altri, come me, muoiono a metà.

Pensaci: un giorno sei un bambino allegro, che scopre il mondo, che si caccia nei guai, che si muove, vive, fa di tutto e vorrebbe fare di più. Poi, un giorno, forse lentamente, muori. E le energie non ti bastano per resuscitare o non ne hai la voglia, perché il mondo che ha cercato di cacciarti dalla sua superficie non può riservare nulla di buono per te. E allora resti nell’ombra di una vita che è in realtà meramente fisiologica e non fai altro che ingannare te stesso per convincerti che non sia cambiato nulla.

Ma è cambiato tutto, eccome; non te ne sei accorto? Hai passato la vita ad aspettare che qualcuno ti tirasse fuori dall’ombra, ma questo non è il compito di nessuno, dipende da te, e la tua scelta l’hai fatta. Oh l’hai fatta così tanto tempo fa che nemmeno te lo ricordi e probabilmente hai preso una pessima decisione: eri così immaturo!

Quindi giaci nel tuo limbo ovattato, separato da uno schermo di squallido plexiglass dal mondo reale dei viventi. di quelli che coltivano sé stessi e vivono, tra alti e bassi.

E questa consapevolezza si aggiunge al mucchio che tieni nello sgabuzzino delle occasioni sprecate, assieme a tutti gli inutili rimpianti e le inutili consapevolezze. E continui a guardare attraverso il plexi, invidiando, innamorandoti aspettando che qualcuno di luminoso si avvicini. Ma le persone che stanno al di là non possono accontentarsi per sempre di una persona che non vive con loro. Trascinarle dietro il muro, poi, è una crudeltà e di certo non indolore, per cui non lo si può fare nemmeno di nascosto.

Impari ad amare o odiare la solitudine e a trascorrere troppo tempo con te stesso, finché lo schermo non diventa opaco. E il momento dal quale lo sarà per sempre si avvicina.

Allora potrai aggiungere altri rimpianti e altre consapevolezze che non potrai usare per rimediare a nulla.

Colui che è come dio

“Ciao, M.

Non sai quante volte  ho posticipato questo momento o quanto spesso abbia cercato di abortire l’idea di disturbarti ancora, sperando passasse, sperando che tutto sarebbe tornato alla normalità, ma se ti sto scrivendo ora significa che la mia solita stupida tecnica di interrompere, da masochista, tutti i contatti per cercare di tornare a un mondo in cui non ci sei più non ha funzionato e che per me è troppo il dolore per non averti ancora chiesto scusa.

Mi rendo conto solo ora di tutto l’inutile male che ti ho fatto, di tutte le volte che ho tradito la tua fiducia senza rifletterci. Io non ti ho apprezzato, M., e non so perdonarmelo. Mi rendevo pienamente conto di che persona stupenda tu fossi e di quanto fragile potessi essere, ma il mio ego ha messo tutto in secondo piano, perché ero felice.

Ero davvero felice con te, non sai quanto perché non te l’ho mai detto, come troppe cose, ma mi rendo conto che dietro a ogni tua esitazione, incertezza o disagio, c’ero io: ne ero la causa. Ma non m’importava perché io avevo te; tuttavia non ho saputo darti quello che cercavi tu da una relazione. Ti scrivo ora perché il coro di remore e rimpianti nella solitudine si è fatto concerto e allora ho capito che tu eri, o saresti stato, l’unica persona su cui avrei dovuto concentrarmi e a cui avrei dovuto dedicarmi. Il mio pessimismo ha fatto da sfondo, il mio “morirmi addosso” e il velato nichilismo che hanno sempre instillato in me il pensiero che qualsiasi cosa facessi, che incidesse sulla mia vita, “non ne valesse la pena”.

Mi sbagliavo terribilmente. Volevo solo che sapessi, forse ancora per egoismo, che ci sono arrivato… sono stato così cieco e non ho scuse. La mia punizione è stata perderti, ma tu non meritavi di essere trattato come ti ho trattato io.
Ti chiedo dunque scusa e se in cuor tuo senti almeno un po’ di perdonarmi, ti prego di non farlo o non avrò imparato nulla.”

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“M e r d a”

Letto il 30 dicembre 2012 alle 00:50

L’ennesimo, affilato lato di me inflitto a chi meritava di meglio.

Per tutto il nostro tempo non ho fatto altro che richiamare la tua attenzione su di me, lanciandoti messaggi disperati e costanti velate richieste di aiuto. Quante volte ti ho fatto capire che tu eri la persona in grado di aiutarmi con me stesso, di aiutarmi a uscire da una vita che ho creato ad arte perché fosse la mia trappola inespugnabile?

Che razza di persona può fare questo per mesi e poi, improvvisamente, impedirti di aiutarmi e cacciarti per sempre?

Che razza di persona potrò mai essere?

La penna non sa cosa scrivere se la mano non ha di che scrivere

Durante una solita domenica di tradizionale introspezione, mentre ero inconsapevolmente molto vicino a comprendere l’escatologia mazdeista (sintomo dell’incertezza noumenica che grava sul mio mondo in questi ultimi giorni di vita o altre boiate di cui la filosofia si occuperebbe volentieri, se non avesse seghe mentali più inutili a cui dedicarsi), fui colto dal particolare e triste destino che vive il passato remoto e dalla pesantissima sensazione di averne parecchio abbastanza di tutto.

Oggi mi sento un’incrocio tra Tess dei d’Urberville e Xena. Deve essere terrificante da osservare. Figuratevi esserlo! Non è poi così comodo tenere un corpetto metallico sotto un’abito di mussola mentre falcio il grano con i miei cerchi affilati.

È proprio in seguito a questa corroborante epifania che ho deciso di dare una piega un po’ più positiva al blog. Ormai scrivo solo quando sono particolarmente appesantito dalle inique vicende della vita nel mio mondo. Io fossi in voi non lo leggerei, è noioso.

E grazie a dio o chi per lui non dovrò mandare molti cesti di frutta per scusarmene.

Anche perché, si sa, sono recidivo per definizione e una tentazione è pur sempre una tentazione e io, per inclinazione, cerco sempre di recarmi soddisfazione e come uno sfigato di quei poeti provenzali, finisco sempre per cedere davanti a un’occasione per sbagliare.

Ogni notte

Ogni notte, al cinema, quando si chiudono gli occhi, danno il film delle mie colpe e dei miei sbagli. All night long, per quanto ne so, perché a un certo punto, smetto di guardare, consapevole dell’utilità di questa tortura, e decido di dormire.

L’irreparabile resta tale per gli inetti: se non sai fare qualcosa, non sai nemmeno da che parte cominciare a ripararla, dopo che l’hai rotta. Con tutta probabilità te ne sei accorto davvero molto tardi, perché sei un incapace in queste cose; come ti è venuto in mente di fare sul serio stavolta?

Perché, dovete sapere, per un attimo lui per me è stato tutto, mentre io per lui sono sempre stato qualcosa.

Un attimo… è piccolo e sottile.

Un punto, in una vita. Non te ne accorgeresti nemmeno, non fosse che, improvvisamente, tutto è cambiato; e da allora avresti dovuto sapere che era il momento sbagliato, che eri la persona meno adatta, che lui non te l’avrebbe mai perdonato, ormai.

E da allora sarebbe tutto finito. Non altrettanto rapidamente com’era iniziato, purtroppo, e i dolori sarebbero stati molti, prima o poi.

Lui mi manca ogni notte, e probabilmente

non pensa più a me.

Sabotage!

Ho passato gran parte degli ultimi vent’anni a sabotarmi.

Oggi sono in vena di proferire ovvietà.

Sabotare la mia vita, buttare via pezzi di me, lasciar stare occasioni, non coltivare nulla, interrompere attività produttive.

Sono anche in vena di piangermi addosso, oggi.

Il risultato è stupefacente. Solo ora mi rendo conto che se mi metto d’impegno a fare una cosa, questa riesce con lode, anche se a quanto pare l’unica cosa in cui mi sono impegnato per una vita è l’autodistruzione.

Non ho coltivato nulla: nessun hobby, nessun interesse, nessuna abilità.

Ho sfanculato le mie doti: una discreta intelligenza alla quale sottraggo sempre più compiti per impoverirla, un vago guizzo intellettuale e personale che forse ho soffocato per sempre qualche mese fa.

Ho ridotto il mio corpo alle condizioni meno ideali per condurre una vita del tenore che ci si aspetta in questo secolo, irrimediabilmente.

Ho ridotto la mia mente a un corollario della mia depressione, fossilizzata.

Fuori da ogni contesto sociale, ho aspettato che il momento giusto per scendere in campo nella mia vita passasse e ora non mi resta che l’idea di invecchiare senza mai aver vissuto nulla.

Vivo in attesa dei trent’anni, termine ultimo per fare qualcosa di buono con la mia esistenza.

Non a me, sia chiaro, per quello il tempo è scaduto.