Ho passato gran parte degli ultimi vent’anni a sabotarmi.

Oggi sono in vena di proferire ovvietà.

Sabotare la mia vita, buttare via pezzi di me, lasciar stare occasioni, non coltivare nulla, interrompere attività produttive.

Sono anche in vena di piangermi addosso, oggi.

Il risultato è stupefacente. Solo ora mi rendo conto che se mi metto d’impegno a fare una cosa, questa riesce con lode, anche se a quanto pare l’unica cosa in cui mi sono impegnato per una vita è l’autodistruzione.

Non ho coltivato nulla: nessun hobby, nessun interesse, nessuna abilità.

Ho sfanculato le mie doti: una discreta intelligenza alla quale sottraggo sempre più compiti per impoverirla, un vago guizzo intellettuale e personale che forse ho soffocato per sempre qualche mese fa.

Ho ridotto il mio corpo alle condizioni meno ideali per condurre una vita del tenore che ci si aspetta in questo secolo, irrimediabilmente.

Ho ridotto la mia mente a un corollario della mia depressione, fossilizzata.

Fuori da ogni contesto sociale, ho aspettato che il momento giusto per scendere in campo nella mia vita passasse e ora non mi resta che l’idea di invecchiare senza mai aver vissuto nulla.

Vivo in attesa dei trent’anni, termine ultimo per fare qualcosa di buono con la mia esistenza.

Non a me, sia chiaro, per quello il tempo è scaduto.

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