“Ciao, M.

Non sai quante volte  ho posticipato questo momento o quanto spesso abbia cercato di abortire l’idea di disturbarti ancora, sperando passasse, sperando che tutto sarebbe tornato alla normalità, ma se ti sto scrivendo ora significa che la mia solita stupida tecnica di interrompere, da masochista, tutti i contatti per cercare di tornare a un mondo in cui non ci sei più non ha funzionato e che per me è troppo il dolore per non averti ancora chiesto scusa.

Mi rendo conto solo ora di tutto l’inutile male che ti ho fatto, di tutte le volte che ho tradito la tua fiducia senza rifletterci. Io non ti ho apprezzato, M., e non so perdonarmelo. Mi rendevo pienamente conto di che persona stupenda tu fossi e di quanto fragile potessi essere, ma il mio ego ha messo tutto in secondo piano, perché ero felice.

Ero davvero felice con te, non sai quanto perché non te l’ho mai detto, come troppe cose, ma mi rendo conto che dietro a ogni tua esitazione, incertezza o disagio, c’ero io: ne ero la causa. Ma non m’importava perché io avevo te; tuttavia non ho saputo darti quello che cercavi tu da una relazione. Ti scrivo ora perché il coro di remore e rimpianti nella solitudine si è fatto concerto e allora ho capito che tu eri, o saresti stato, l’unica persona su cui avrei dovuto concentrarmi e a cui avrei dovuto dedicarmi. Il mio pessimismo ha fatto da sfondo, il mio “morirmi addosso” e il velato nichilismo che hanno sempre instillato in me il pensiero che qualsiasi cosa facessi, che incidesse sulla mia vita, “non ne valesse la pena”.

Mi sbagliavo terribilmente. Volevo solo che sapessi, forse ancora per egoismo, che ci sono arrivato… sono stato così cieco e non ho scuse. La mia punizione è stata perderti, ma tu non meritavi di essere trattato come ti ho trattato io.
Ti chiedo dunque scusa e se in cuor tuo senti almeno un po’ di perdonarmi, ti prego di non farlo o non avrò imparato nulla.”

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“M e r d a”

Letto il 30 dicembre 2012 alle 00:50

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