Ég tala ekki íslensku

Rumore regolare di un treno in corsa, musica della mia solitudine nel vagone pieno.

Stimoli, sensazioni, emozioni sorde assopite si muovono sul fondo fangoso della mia coscienza.
Schiudo le labbra secche al sole sui campi di rotaie arse del Veneto, afferro una tenda: si gonfia al vento, tira, non si arrende, vibra, non cede.

È tempesta nelle gallerie.

È energia, è vita.

Copale, vernice lucida e cera su legno di pero

Mi affascina la catena di montaggio.
Il fatto che ogni cosa, mille cose, tutte assieme, vadano esattamente dove è stato deciso che dovessero andare, lo fanno, velocissime, e dopo di loro altre mille cose e mille altre faranno lo stesso e andranno al loro posto e tutto avrà un suo ruolo e lo espleterà perfettamente con il minimo intervento esterno.
L’anomalia non è tollerata, l’anomalia sputtana tutto ed è bandita.

Ho sempre pensato lo stesso dell’acqua.
Non di per sé: l’acqua fa per me solo quando è ferma ed è poca, ma di un corso d’acqua, non sembra anche a voi la cosa più statica del mondo? È plastico, rigido, scorre immobile: ogni molecola in fila con la sua gemella che la precede, tutte si intricano caotiche per creare lo stesso ordito, lo stesso schema secondo dopo secondo, metro cubo al secondo per chilogrammo al secondo.

Sarà anche vero che le cose più belle sono quelle fatte a mano, ma è di ordine che ho bisogno.
L’ordine è per me, di saper piacere ad altri ho smesso di illudermi.

Non è per me

O “variazioni sul tema: la mia vita fa schifo”
Ebbene sì, la ia adolescenza è stata interrotta brutalmente e quello che mi rimaneva da vivere l’ho soffocato, cercando di spegnerlo, seppellendolo con Reticenza, Rassegnazione e Calcinculina intramuscolo.
Col rischio di sembrare una teenager americana tratta dalla migliore situation commedy grondante di quegli stereotipi su cui gli americani costruiscono le proprie vite da cerebrolesi, ecco un nuovo articolo della serie “la solita paludosa merda” su ciò che

Non è per me, non mi è concesso, non posso, non riesco, non voglio

  • sentirmi a mio agio all’aperto
  • sentirmi a mio agio in presenza di latre persone
  • sentirmi a mio agio con il mio corpo
  • sentirmi a mio agio con il mio aspetto
  • sentirmi a mio agio con il mio carattere
  • mettere in atto determinati comportamenti socialmente accettati e rimpiazzare quelli che non lo sono
  • fare quel sorriso di autocompiacimento da americani
  • fare espressioni che non sembrino ridicole
  • avere un tono di voce che non faccia ridere
  • superare in carisma uno straccio bagnato
  • trovare qualcosa che mi stia bene addosso, ragazzi inclusi
  • trovare soluzioni alternative all’omicidio per risolvere i problemi con le persone, ragazzi inclusi
  • fare qualcosa del mio presente
  • preparere delle basi decenti per vivere un futuro + smettere di rinunciare ad averne uno
  • smetterla di sabotarmi
  • fare gesti inutili in pubblico
  • esprimermi tramite qualcosa di creativo
  • esprimermi tramite qualche abilità
  • esprimermi
  • creare qualcosa di bello
  • sorridere in foto senza provare imbarazzo
  • placare i rimorsi e i rimpianti per tutto ciò che ho perso e/o buttato
  • trovare il mio posto nel mondo

Questa non è una lista delle cose da fare, stonerebbe col tema trito e ritrito della mia statica autocommiserazione in sorde, piccole pillole; è uno dei tanti espedienti che metto in atto per riordinare le cose per poterle poi analizzare meglio, ma che finiscono inesorabilmente per spegnere in me ogni voglia di attivare un cambiamento a causa della disarmante chiarezza con cui presentano sé stesse e il problema in sé, che è in me.

E, sì, credo che il contesto non basti a fare chiarezza e mi tocco voluttuoso pronunciando ammontare superflui di deittici atoni.

Questi post cominciano a far schifo, il futuro di questo blog si fa più grigio ancora.

Autour

Consueta assenza.
Esami dati, Michele, vita sociale doppia e di tenore ristabilito. Nessuna novità: il cambiamento è giusto, auspicabile, ma facilmente rinunciabile allorquando richiede dello sforzo. E allora si può giocare alla volpe e l’uva.
E io, si sa, sono una volpe.

Ma per quante cose si possano migliorare, per quanto io possa sforzarmi a farle andare bene nella mia vita, dico, per quanto uno possa sforzarsi per fare andare tutto per il verso giusto, o quasi, alla fine piomba, inesorabile come la neve, la consapevolezza.
E io soccombo come soccombe terrona Roma sotto 2 centimetri di neve.

Per quanto possa andare bene là fuori, non fa altro che andare bene qui intorno.

E, bloccato nello scafandro delle mie membra, non posso non finire per constatare, oltre all’abuso di verbi fraseologici proprio in mezzo a sintagmi che “l’uomo non separi ciò che Dio ha unito”, con ovvietà allarmante, che se il mio cervello è fatto in un certo modo, non c’è speranza di risolvere un granché.

Voglio dire, se il ripieno di un biscotto è andaro a male, mentre il resto è perfettametne commestibile, il biscotto è marcio.

So benissimo che, malgrado i tentativi costituzionali di un cancerogeno Paese d’oltreoceano di farci credere il contrario, la felicità non è un diritto, per questo molte persone che ne sono consapevoli, lottano un po’ ogni giorno per conquistarne anche solo poca. Solo vorrei sapere se in effetti esistono possibilità di raggiungerla.

Perlomeno smetterei di provarci.

da [A chi è Edith veramente, e a chi sarebbe stata se non lo fosse]

Edith, non hai ancora maculato con i tuoi neri la mia coltre lavica?
È vero, ma oggi non corro il pericolo di vivere: non ho ceduto alle tentazioni.

Edith, sento camminarmi; che sia il mio fiume che è rimasto a piedi?
Non credo, forse è l’anonimo padrone di tutti.
Ah.

Edith mi viene di sollevare con leggerezza…
Ciò è bello per il semplice fatto.

Edith, sento il quattordici…
Non preoccuparti e pensa che è fatto di tanti uno; vedrai che ti farà meno paura.

[…]

Edith, conservi ancora i plantari cerebrali di prima di saper pensare?
Credo di averne ancora uno, ma che cosa ne vuoi fare?
[…]

Edith, Dio mi ha appena sorpassato…
Non te la prendere è solo e soltanto un giro di prova.
Per fortuna.

[…]

Edith, le hanno levate.
Come te ne sei accorto?
Dicono che non riescono più a vedermi…
Allora le hanno levate…
E adesso?
Adesso ti metto le mie.
Grazie.

[…]

Edith, perdita d’occhio?
A volontà.
Allora perché non vieni qui e non mi accompagni nell’anche poi?
Vieni, son già qui…

[…]

Alessandro Bergonzoni – “Non ardo dal desiderio di diventare uomo finché posso essere anche donna bambino animale o cosa”

Chi sia Edith per me, credo sia chiaro.
Tuttavia di chiaro ultimamente c’è davvero poco, almeno per quanto mi riguarda.
Ieri, mentre il cielo eccessivamente estivo, arrivata la notte, decise di cadere, io pensai a lei. Manco essere un intrepido comandante francese in esilio, ricordai. E pochi versi dopo si avverò la mia sorte.

[In memoria di chi non ha commesso crimini contro l’immanità]

Disabituatevi alle orecchie (mettetele sugli occhi) liberate l’Uccello una buona volta e regalatelo a chi ha voglia di tenerlo dentro di sé (van bene anche i soliti vecchi orifizi)
Agite di conseguenze.
Siate un po’ Turchi almeno in ogni movimento.
Non intraprendete un viaggio se non siete morti.
Asciugatevi sempre e solo con le mani.
Fate collimare lingua e mare.
Ostentate i buchi, anche quelli che non avete.
Abbiate rispetto del fuori luogo.
(Non inorridite prima di aver immaginato come.)
Cercate di tradurre l’anima in cosmo.
Non spogliatevi mai se non siete nudi.
Sparate a zero e solo a lui.
Indossate chiunque senza perdere tempo.
Siate un po’ soprammobile.
Continuate anche se non ci riuscite, a cercare di succhiarvi: ci riuscirete.
Diffidate di chi dice che.
Lasciatevi incontrare.
Scopate l’ombra.
Mangiate i cuori buoni.
Smarrite la vostra strada così la potrà trovare qualcun altro.
Fate pensieri strani non solo sulle stalle ma anche sui cavalli.
Cercate di nuocere a fuoco lento.
Non accantonatevi.
Portate qualcuno in un angolo almeno una volta al dì.
Nevicate se volete.
Circondatevi.
Provate a pensare indiano.
Non accontentatevi dell’ombelico chiuso.
Disegnatevi.
Cercatevi anche in Francia.
Stupite l’acqua.
Mai aver paura di toccare cherubini altrui.
Scolpite almeno una cosa all’anno.
Ringraziate le braccia.
Tenete alla catena i cani da rimorso.
Leggete le parole non scritte sulle pagine inesistenti.
Atrofizzate l’aria.
Nominate nuovi nuovi.
Ascoltate l’evidenza finché non sembra così!
Continuate a lasciar stare le cose dove stanno;
andate a prenderle finché non vi aspettano;
siate idilliaci prima ancora di esserlo, continuate continuate.
Imprudenza, imprudenza per favore…
Imprudenza durante la creazione dell’antidoto alla serenità!

Alessandro Bergonzoni – “Non ardo dal desiderio di diventare uomo finché posso essere anche donna bambino animale o cosa”

Maltrattamenti

Michele è prima di tutto vittima. Laddove io sono il carnefice. Per molto tempo, e tuttora, mi è sembrata questa la natura del nostro rapporto, giacché è solo vagamente fisico.

L’intenzione era di mettere fine al suo supplizio di vittima e al suo compito di carceriere, ma qualcosa poi è intervenuto nel mio cervello (di cui parlerò) o nel mio pensiero, non si è capito.

Probabilmente è stato il suo gatto.
Ho già parlato di questa teoria: se lo avessi lasciato non avrei mai più rivisto il suo gatto, e il mio mi manca tanto.

Probabilmente nemmeno io so il vero motivo, perché a quanto pare, nei momenti bui della nostra relazione, l’unica cosa che mi desse emozioni quando andavo a trovare la versione queer di Margaret Thatcher era il suo gatto.
Non lui, il gatto.*

Questo, ad ogni modo, apre ampi e polverosi spiragli verso una vita carica di gatti e spoglia di presenze umane superflue.
E voglio anche le mie piante, staranno morendo tutte in mia assenza nella città del Ponte di Druso.
Credo che l’attività intellettuale più impegnativa che avrò una volta raggiunto l’obbiettivo di anziana zitella sarà conciliare i miei due amori per gatti e piante-con-ascidî-penduli/piante-dalla-facile-tigmonastia.

Sarà bello avere qualcosa di cui occuparsi.


*D’altronde, tutto sommato, considerando le cose in un ottica molto ampia e analizzando i vari punti di vista, Michele in fondo mi piace sempre più di tutti i suoi fallimentari precursori, merita una possibilità.

Lingue – le scelte giuste

Per quanto riguarda il secondo argomento, mi collego direttamente a Ursula K. Le Guin, l’autrice fantasy che sinceramente ho apprezzato di più nella mia quadrilustre esistenza.

Di lei ho letto il ciclo di Earthsea e non ho potuto fare a meno di restarne profondamente segnato. Consiglio a tutti gli amanti del genere, ma soprattutto a chi lo schifa, di leggere qualcosa di suo.
Nel maggio 2007 l’editrice Nord ha pubblicato tutti i romanzi raccolti in un unico volume, La Leggenda di Earthsea, ne consiglio vivamente la lettura.

Ogni recensione di questo libro consiste in una sinossi semplificata al ridicolo del solo primo libro, ergo non fidatevi, fidatevi di me soltanto. Io sono la via, la verità e la vita, come direbbe di me Giovanni (14,6).

Stronzate a parte, questa donna di 82 anni è stata capace di produrre perle fantasy dal 1962 (o perlomeno dal 1969) che non hanno eguali per equilibrio e per l’accento che viene posto sulla condizione umana, analizzata deliziosamente tramite l’artificio del fantasy, che permette di creare i contesti più adatti e paradossali.

Nei miei deliranti episodi di glossolalia non posso che appellarmi a lei e alla sua glottolitica magnificenza.

Mi appresto in questi giorni ad approcciarmi al ciclo dell’Ecumene cominciando da due libri per cui è stata insignita del premio Hugo e del premio Nebula, i più alti riconoscimenti in ambito di letteratura fantasy.

Non nascondo che a questa vita ne preferirei una in uno dei suoi libri, così realistici e dalle tematiche così contemporanee, se non futuristiche o perlomeno avanguardiste ancora oggi: omofobia, la condizione della donna, sistemi politici ed economici a confronto, discriminazione in generale, spiritualità, tradizione, alterità e molti, davvero molti, altri temi che vengono sviluppati con una naturalità disarmante in un contesto che smette di essere estraneo, al punto da convincersi che in qualche modo la geografia del nostro pianeta comprenda un posto come Earthsea o che abbiamo semplicemente dimenticato come si usa un ansible.

Lingue – le scelte sbagliate

Ovvero: piccolo memorandum delle occasioni perse e del temporeggiare inutile.

Se non fossi così stupido o malato di mente da vedere fantasmi ovunque senza rendermi conto di dove andare a trovare le cose che possono farmi progredire, probabilmente farei le scelte giuste e in tempo.

Altrimenti come mi sogno di diventare quello che voglio?
Come faccio a potenziare le mie scarse competenze in un tempo decente?

Necessito di un’infusione linguistica. O di opportunità a misura di sociopatico.

Magari una possessione demoniaca, magari uno di loro, col cui nome già fui chiamato in un tempo che ora mi sembra, o è, lontano.

Cagate, lo erano tutte allora, ma il mio presente torna sempre a toccare ciclici momenti di buio, sempre gli stessi, sempre senza soluzione.

cadaveriche spoglie di carota e arma del carnefice dattileggiante

Come già è accaduto, credo opportuno informare il presunto lettore di ciò che mi accadde intorno al momento della redazione di un’altro memorabile post.

Sorvolando su questo ammirevole artificio atto a celare una certa impazienza nello scrivere appesantita nel suo librarsi per l’aere cybernetico da una spiccata carenza di fantasia per l’inaugurazione del pezzo in questione, è importante che io faccia, come al solito, ammenda per la mia lamentevole scostanza. Nello scrivere, come nel trattare le persone.

Vi ricordate di Michele? “Vi ricordate?” avrebbe ripetuto cantilenando la mia anziana professoressa di latino.
Bene, Michele è un vero e proprio sopravvissuto. D’altrone se lo merita, è tanto caro.

Dopo un finesettimana trascorso sull’orlo del tracollo in cui anche solo un Erlkönig o un Concerto per violino e orgestra di Tschaikovski potevano farmi scoppiare in lacrime all’aria aperta e in compagnia di un elemento che avrebbe preso la cosa odiosamente sul serio, avevo praticamente preso le dovute disposizioni e dato avviso con congruo anticipo che, al mio ritorno nella Città delle tre guerre, avrei interrotto ogni mio rapporto col sopracitato soggetto, come vuole la tradizione, in conformità con la consuetudine.

Ho notato solo io che oggi adoro anticipare lunghissime e terrificanti secondarie implicite ad ogni punto? Chissà se lo faccio apposta o mi viene dall’eccessiva influenza di più di una lingua nel mio centro del linguaggio, sempre più maltrattato.

A proposito di lingue, anzi no, a proposito di maltrattamenti, anzi no, a proposito del mio cervello… Ho bisogno di organizzare un discorso in più di un post.

Pazientate miei cari*, ce ne sarà per tutti.


*L’autore si sta rivolgendo direttamente agli argomenti presenti nella parte più esterna del proprio pensiero ai quali assicura eque possibilità di venire esternati nell’esterno mondo dell’estetica e della incerta e caotica cosmetica.